VENEZIA. La Corte d’Appello ha confermato la condanna: un anno e un mese di reclusione, con un piccolo sconto di 2 mesi rispetto alla sentenza di primo grado di tre anni fa. La pena sarà sospesa solo se risarcirà i figli, con 5 mila euro ciascuno.
M.D.B., 70 anni, nell’agosto del 2004 era stato arrestato dai carabinieri della locale stazione. M.D.B. (difeso dall’avv. Alessandro Dall’Igna) era accusato di minacce gravi nei confronti dei due figli S.D.B. e P.D.B. e delle loro famiglie. In particolare, li aveva minacciati con un fucile, spiegando che l’arma serviva «alla resa dei conti», «entro la fine dell’anno se non vanno via li uccido», «faccio piangere mia moglie perchè le uccido i figli», «non mi interessa niente se andrò a morire in galera», e via discorrendo. Questo comportamento durò a lungo, dal febbraio all’agosto, fino a quando intervennero i militari che lo bloccarono.
In casa fu trovato un fucile a due canne calibro 16 di fabbricazione artigianale, detenuto illegalmente, al quale aveva mozzato le canne. (…)
studio375
Cartucce col nome. Minacciò i due figli. Condanna: 1 anno
Bancarotta. Condannato a 4 mesi
Quattro mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena. È la condanna inflitta l’altra mattina in tribunale dal giudice Garbo a carico di F. Z., 63 anni.. L’imputato, difeso dall’avv. Alessandro Dall’Igna, doveva rispondere di bancarotta semplice. Qualche mese fa era stato condannato ad altri quattro mesi per un’ipotesi di evasione fiscale. F.Z. era finito a processo in qualità di legale rappresentante (dal maggio 2011 di amministratore unico) della società “omissis” di Schiavon: il pubblico ministero Pipeschi, sulla scorta anche della relazione del curatore fallimentare, gli contestava di essersi astenuto dal chiedere tempestivamente il fallimento.
Dal 2009, infatti, la ditta era in condizioni economiche tali da dover, secondo la procura, portare i libri in tribunale; e invece ciò avvenne solo nel giugno 2011, quando venne dichiarata fallita. Così però l’imputato aveva aggravato il dissesto.
Il Giornale di Vicenza
Battaglia legale sulla morte di un anziano in ospedale
Il trauma midollare subito da L.M. sarebbe stato sottovalutato al momento del ricovero perché la Tac non l’aveva segnalato. Nonostante il paziente si lamentasse molto. Era stato sottoposto a manipolazioni neurologiche che avrebbero peggiorato il suo stato di salute. Ma erano state fatali, fino a causare il decesso il 5 settembre scorso, a quasi un mese dall’incidente stradale in cui L.M., 80 anni, di Malo era stato coinvolto?
La risposta all’interrogativo è articolata e dipende dai punti di vista. L.M. aveva perso il controllo della propria auto il 7 agosto vicino a casa. Nell’uscita di strada la sua auto si era copovolta. Tra i primi a soccorrerlo il figlio. In ospedale fu sottoposto a visita medica e consulenza neurologica. Gli fu diagnosticata la frattura dello sterno e una cervicalgia, e un deficit agli arti inferiori. Fu lui stesso a riferire ai medici che aveva però problemi di mobilità anche agli arti superiori. Fu poi trasferito a Vicenza, dove purtroppo morì.
Il pm Giulia Floris, in base alla consulenza del medico legale, ritiene che non ci siano responsabilità professionali dei cinque medici dell’ospedale di Santorso che sono indagati per omicidio colposo ed ha chiesto l’archiviazione. Si tratta dei chirurghi L.I., M.M., G.P. e F.Z., e del neurologo M.P., che avevano assistito L.M. durante la degenza all’“Alto Vicentino”.
Di tutt’altro parere è l’avv. Alessandro Dall’Igna di Thiene, che tutela la famiglia e che ha presentato un’opposizione in cui partendo proprio dalle conclusioni del consulente medico della procura, Nicole Pasin, arriva a considerazioni opposte rispetto al pm.
Il medico legale se da un lato ritiene che da parte dei medici indagati non ci siano colpe specifiche in relazione alla morte di L.M., tuttavia osserva che «invece appare possibile oggetto di censura la successiva gestione del paziente». Il consulente della procura parla di «sottovalutazione dei sintomi lamentati dal paziente e di quanto effettivamente rilevato all’esame obiettivo neurologico» e si concentra sulla manovra di mobilizzazione del capo. «Non è del tutto chiaro perché in un politraumatizzato della strada che prima dell’incidente godeva di buona salute – scrive la dr. Pasin -, e che durante il ricovero non presentava rialzo febbrile o segni di irritazione meningea, sia stata effettuata una manovra di mobilizzazione del capo per valutare la presenza di rigor nucalis». La manipolazione del collo di L.M. che «presentava vertebre disallineate e fratturate», per l’avv. Dall’Igna, in base al proprio consulente, «è stata un errore medico». Di qui la richiesta di ulteriori indagini, come la consulenza di un neurologo, come suggerito dallo stesso medico legale Pasin. Sarà decisiva la posizione che assumerà il gip Massimo Gerace.
Il Giornale di Vicenza
Un’adolescente: «Violentata per sei anni dal patrigno»
Dapprima i baci, poi le effusioni sempre più insistite e spinte, quindi gli approcci sessuali espliciti con rapporti che nel tempo, accusa la ragazza, sono diventati completi perché era diventata nei fatti la sua amante.
«È stata una situazione sempre più angosciante e squallida che non potevo più tollerare, per questo ho deciso di fare denuncia, anche perché ho un’età che mi emancipa dai ricatti, dopo sei anni di abusi». Così ha denunciato un’adolescente di 17 anni che lo scorso gennaio si è presentata ai servizi sociali di Thiene, dando il via a un’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Cristina Gava, che ha conosciuto un primo passaggio formale in tribunale nel contraddittorio delle parti.
Il gip Massimo Gerace con la formula dell’incidente probatorio ha incaricato un neuropsichiatra di stabilire la capacità di testimoniare della ragazza e la sua personalità.
I contorni della drammatica vicenda, comunque si concluda, affondano in una difficile situazione famigliare deflagrata di recente quando la compagna dell’uomo ha avviato la causa di separazione con addebito. È stato proprio in questo contesto che l’uomo di 55 anni, ha appreso che la figliastra lo aveva querelato per violenza sessuale. È stato uno choc per l’individuo, che respinge le circostanziate accuse, definendole frutto di una vendetta legata alla sua impostazione educativa piuttosto rigida e al quale non sarebbe del tutto estranea la madre della minore.
«In diverse occasioni – ribatte l’indagato davanti agli inquirenti difeso dall’avvocato Alessandro Dall’Igna – avevo verificato che la ragazza ci raccontava bugie e l’avevo richiamata, pretendendo da lei correttezza nei rapporti e sincerità. E lei mi ha ricambiato in questa maniera, sono sconvolto». Il percorso scolastico della studentessa è stato accidentato, così come il rapporto con il patrigno. «A Capodanno lei ci aveva detto che l’avrebbe trascorso con un’amica – ha aggiunto il patrigno -, al contrario è stata in una discoteca tutta la notte con degli adulti». A quel punto le sarebbero stati vietati l’accesso ai social network, facebook in testa, e il rapporto in famiglia si è ulteriormente incrinato.
La minore, invece, agli inquirenti ha segnalato che il comportamento del patrigno è stato molto subdolo, approfittando di quando la madre era fuori casa. Lei ha indicato nel 2008, quando aveva 11 anni, i primi momenti di intimità rubata, con un crescendo di morbosità fino al gennaio di quest’anno quando ha deciso di rivolgersi agli operatori sociali. «Non ne potevo più, anche perché pretendeva sempre di più», ha riferito la minorenne che ha parlato esplicitamente di rapporti sessuali completi estorti.
«Sono stupito e addolorato di fronte a questo racconto perché è frutto dell’invenzione – ha sottolineato il patrigno -, del resto lei in più occasioni ha raccontato bugie, e per questo i nostri rapporti si erano incrinati, anche se mai avrei creduto che fosse capace di alterare la realtà fino ad accusarmi di fatti di questa gravità».
Di tenore opposto il racconto della minore, che alle assistenti sociali ha riferito di avere dovuto subire le pesanti aggressioni sessuali tra le mura domestiche del patrigno. «Sono stata violentata per anni», ha detto in lacrime.
Il Giornale di Vicenza, 14/05/2014
Sindaco diffamato. Sorelle condannate: pagano 14 mila euro
Due sorelle sono state condannate per avere diffamato il sindaco di Santorso P.M. e la funzionaria dell’area amministrativa C.C.. Il giudice di pace di Schio ha inflitto a M.P., 54 anni, di Santorso e alla sorella L.M.P., di 56 anni, 600 euro di multa ciascuna e un risarcimento di 7000 euro per P.M. e C.C.
Sullo sfondo della contesta una ripetuta richiesta di atti da parte delle sorelle P. su un’area produttiva con un duro contenzioso tra pubblico e privato. In base alla denuncia presentata per conto del Comune, la goccia che ha causato il processo conclusosi ieri davanti al giudice Didonè, è stata la lettera del 21 dicembre 2012 inviata al difensore civico regionale e al primo cittadino, con cui le sorelle hanno violato la legge con gli apprezzamenti. Il giudice ha ritenuto ingiurioso laddove è stato scritto che P.M., ha «impedito con ogni mezzo l’accesso a un documento scottante», oppure per C.C. «evidente la sua volontà di favorire all’estremo la ditta “omissis”», agendo in «spregio alla trasparenza», tenendo un «comportamento omissivo» e «contrario alle norme di trasparenza».
L’avv. Alessandro Dall’Igna nell’arringa ha sostenuto che quello delle sorelle è stato un legittimo esercizio di critica e, quasi sicuramente, col deposito dei motivi ci sarà il ricorso al tribunale per chiedere la riforma della condanna.
L’inchiesta era stata coordinata dal pm Paolo Pecori, che ha ipotizzato che la diffamazione è avvenuta con scritti ed esposti al difensore civico regionale a Venezia, allorché le sorelle ritenendo di essere lese nei loro diritti, avevano alzato il tiro delle rimostranze, rivolgendosi all’autorità preposta per legge, ma hanno sbagliato il tono. Come il Giudice ha ieri sentenziato. La vicenda risaliva a quando il Comunale ha destinato ad insediamento artigianale-industriale una zona vicina all’abitazione della più giovane delle due sorelle. L’avv. C. ha affermato che «appariva evidente il proposito di denigrare e screditare il sindaco e la funzionaria nell’ambiente e nelle istituzioni in cui esse operano».
Il Giornale di Vicenza
Giovane subisce una beffa assurda. Ha un credito, ma viene arrestato
SANTORSO. L’amico che gli doveva 100 euro glieli rende in gasolio e lui finisce in cella per furto aggravato. È la singolare vicenda capitata a B. M., 19 anni, che nella notte fra lunedì e ieri è finito in manette.
Ieri mattina, al termine del processo per direttissima, il giudice Velo ha convalidato il provvedimento e lo ha rimesso subito in libertà; il 3 febbraio il giovane, difeso dall’avv. Alessandro Dall’Igna, sarà processato e potrà far valere le sue ragioni. «Non ho commesso alcun furto», sostiene fra l’incredulo e lo sconvolto.
B.M., figlio di buona famiglia, dopo il diploma ha iniziato a lavorare come stagista in una ditta dove si occupa di imballaggi.
Lunedì, finito il turno, con ancora il taglierino per tagliare i pacchi in tasca – così ha raccontato ieri in tribunale – è andato a trovare il suo vecchio amico G.P.. Hanno passato la serata assieme; prima di andare a casa, B.M. avrebbe chiesto all’amico se gli rendeva quei 100 euro che gli aveva prestato tempo fa. «Hai ragione, devo darteli ma non ce li ho – avrebbe risposto l’amico -. Che ne dici se in cambio ti do l’equivalente in gasolio?».
B.M. spiega di avere accettato. E così i due hanno raggiunto la ditta di T.P. il papà di G.P., che ha sede a Santorso. I due – era ormai notte – sono entrati, hanno prelevato due taniche da 25 litri ciascuna e si sono avviati verso casa di G.P., che non vive con i genitori.
Durante il tragitto i due sono stati fermati per un controllo stradale da una pattuglia di carabinieri. I militari hanno sentito puzza di gasolio dentro l’abitacolo ed hanno chiesto spiegazioni. «Ho due taniche nel bagagliaio, le abbiamo prese nella ditta di suo papà». I carabinieri hanno deciso di compiere una verifica: hanno contattato T.P., il quale non solo è caduto dalle nuvole, ma avrebbe chiesto ai militari di procedere contro il figlio. «È un furto», avrebbe tuonato l’imprenditore.
Come è noto, però, non sono procedibili i reati commessi ai danni di un congiunto; ragion per cui G.P. non può essere denunciato per furto. Ma B.M. sì, e vista l’azione notturna i militari, sentito il pubblico ministero di turno, hanno ammanettato il giovane thienese facendogli passare la notte in una cella di sicurezza del comando di Schio.
Ieri mattina, davanti al giudice, B.M. si è difeso strenuamente. «Non ne sapevo assolutamente nulla, per me non era un furto, ma eravamo dai suoi di G.P.. È stato lui a darmi il gasolio, come potevo immaginare che suo padre non fosse d’accordo?», ha spiegato al giudice, riferendogli che il coltellino che aveva in tasca, e che gli è valso l’imputazione di porto di oggetti atti ad offendere, era in realtà uno strumento da lavoro. «Non ero ancora passato da casa mia», ha riferito.
La difesa, con l’avv. Dall’Igna, ha già illustrato al giudice che manca del tutto l’elemento soggettivo del reato; l’imputato, cioè, non sapeva di commettere un illecito. Se ne discuterà in aula, nel frattempo B.M. è tornato libero.
Vicenza, non paga contributi Inps ma gli stipendi sì: assolta dal giudice
VICENZA. L’imprenditrice non ha pagato 200 mila euro di trattenute, compiute sulle retribuzioni dei suoi dipendenti, all’Inps. Un reato per tabulas, come si dice in gergo: cioè sulla carta, palese. Ma ieri il giudice Paolo Velo, con una sentenza che farà discutere – ma anche, probabilmente, che sarà punto di riferimento – l’ha assolta perchè il fatto non costituisce reato. Il tribunale di Vicenza – il pm onorario Isabella Dotto aveva chiesto 6 mesi di condanna – ha accolto la linea della difesa, con l’avv. Alessandro Dall’Igna: l’imputata avrebbe voluto pagare, ma non ha potuto farlo. Mancava pertanto l’elemento soggettivo del reato.
È uscita a testa alta da palazzo di giustizia, ieri mattina, F.M., 36 anni, residente in città, già titolare dell’impresa metalmeccanica “omissis”, che si occupava della produzione di torni. La ditta fu dichiarata fallita dal tribunale di Vicenza nel dicembre 2006.
Fu nel maggio del 2008 che l’Inps, dopo un controllo, accertò che la titolare aveva sì trattenuto i soldi dalle buste paga dei suoi dipendenti per le ritenute previdenziali, come previsto dalla legge, ma non li aveva depositati all’Inps. E la denunciò in procura: nel trimestre luglio-settembre 2006 non aveva versato 200 mila euro all’istituto. Il caso è tutt’altro che infrequente; tanto è vero che l’Inps in queste settimane sta denunciando 13 mila datori di lavoro vicentini per questo reato.
Il Giornale di Vicenza, 12/12/2013
Violenza? Assolto, anzi no
Il tribunale anziché il verdetto, dopo la camera di consiglio, ordina una perizia per togliersi ogni dubbio. Il pm in aula aveva chiesto l’assoluzione e lo stesso aveva fatto la difesa. La parte civile, invece, aveva sollecitato la condanna e il risarcimento. Colpo di scena al processo contro un operaio di Marano accusato di aver violentato la figlia. Sì, perchè il collegio non si è prenunciato, ma ha bisogno della perizia di un esperto. Per questo ha nominato il prof. G.B. C., di Bologna, uno dei massimi esperti italiani di neuropsichiatria infantile, che ha giurato davanti al collegio presieduto da Gianesini (giudici Maria Trenti e Velo) e davanti al pm Severi. La difesa dell’operaio ha invece incaricato il professor G. S. come consulente di parte. Dovranno chiarire l’attendibilità a testimoniare della bambina. Il processo finirà in febbraio. I giudici, evidentemente, avevano bisogno di certezze, quelle che in aula non sono emerse. La vicenda, molto delicata, aveva portato il genitore in carcere all’inizio del 2012. «Papà mi ha molestata due volte. Una qualche giorno prima di Natale, l’altra la notte di Capodanno», aveva confermato la piccola di 10 anni. È sulla scorta di queste accuse, che una bambina che vive adesso nel Thienese ripetè quando venne ascoltata dal giudice nel corso dell’incidente probatorio, che è finito alla sbarra il padre di 55 anni (di cui non citiamo il nome per non rendere riconoscibile la figlioletta). L’imputato ha sempre negato quelle che per lui sono accuse infamanti e calunniose. La procura contesta la violenza sessuale aggravata ai danni della figlia. Il papà deve rispondere di aver molestato sessualmente la bambina: avrebbe commesso pesanti abusi che non sarebbero sfociati in uno stupro. I carabinieri della compagnia di Thiene lo avevano catturato a metà gennaio e accompagnato al S. Pio X in virtù di un’ordinanza di custodia firmata dal gip. I fatti sarebbero avvenuti all’interno della sua abitazione. A far scattare l’inchiesta era stata la denuncia della madre della bambina, ex moglie dell’operaio, che è assistita dall’avv. Alessandro Dall’Igna e che si è costituita parte civile chiedendo i danni. La donna aveva spiegato che la piccola si era confidata con la sorella più grande, che ne aveva subito parlato con lei. Racconti poi confermati dalla piccola. L’imputato ha invece sempre sostenuto, anche davanti al giudice, di non averla mai sfiorata e che nessun pensiero del genere gli era mai passato per la mente.
Il Giornale di Vicenza
Travolta, ma era già morta
Venne travolta dal camion quando era già morta. Sarebbe questo il sorprendente risultato dell’autopsia alla quale è stata sottoposta B.R., 81 anni, di Asiago, che era deceduta il pomeriggio dell’8 agosto scorso in contrada Gaiga, al confine con Canove di Roana.
Nei giorni scorsi, infatti, il medico legale A. G., che opera all’ospedale San Bassiano di Bassano e che era stato incaricato dal pubblico ministero Giovanni Parolin di effettuare l’esame, ha depositato le sue conclusioni. B.R. sarebbe morta per cause naturali, e in particolare un infarto improvviso; le tremende lesioni subite quando era stata arrotata dal mezzo pesante sono tutte «post mortem».
Il magistrato aveva iscritto sul registro degli indagati ipotizzando l’omicidio colposo A.S., 74 anni, di Chiuppano. Assistito dall’avv. Alessandro Dall’Igna, era accusato di averla investita e uccisa. Dalla dinamica emersa dopo i primi rilievi, infatti, A.S. era al volante di un furgoncino Iveco e stava indietreggiando per uscire dal cortile e raggiungere la strada provinciale 349 dopo aver effettuato una consegna di mangimi. In quel momento era sopraggiunta B.R., che aveva appena fatto visita a una vicina di casa e stava tornando a piedi verso la propria abitazione. Il conducente del camioncino non si era accorto della sua presenza e l’aveva schiacciata in retromarcia. «Ho guardato gli specchietti, ve lo assicuro, e non l’ho vista», aveva sempre ribadito il conducente, sotto choc per l’accaduto.
Pareva un terribile incidente stradale causato dall’imprudenza del camionista, che non avrebbe osservato con la dovuta attenzione lo spazio dietro al suo mezzo per la manovra. Di qui la segnalazione in procura e l’avvio di un’indagine penale.
Il Giornale di Vicenza, 2/10/2013
Poliziotti e metronotte a giudizio
Due poliziotti e una guardia giurata a processo. Il motivo? I primi due avrebbero fornito al terzo informazioni riservate relative ad una sua conoscente, violando la norma che vieta di interrogare la banca dati del Ministero per motivi diversi da quelli strettamente legati al servizio.
Nei giorni scorsi il pm Alessandro Severi ha chiuso le indagini a carico di G. P., 49 anni, di Schio, poliziotto in servizio al distaccamento della polstrada della città (avv. Alessandro Dall’Igna); di P. N., 48, di Sandrigo, collega in servizio al comando della polstrada di Vicenza, e della guardia giurata M. C., 43, di Torrebelvicino. I tre imputati si difendono su tutta la linea, sostenendo che la ricostruzione dell’accusa è sbagliata, perché suggestiva. Sono comunque stati citati a giudizio e il processo potrebbe essere fissato per l’inverno. I fatti contestati risalgono al gennaio di due anni fa e vennero alla luce in maniera singolare. La presunta vittima, A. C., una donna delle pulizie che abita nella zona di Valli del Pasubio, si era infatti presentata dai carabinieri del paese. Aveva riferito che un suo conoscente, M.C. (il quale però nega la circostanza), con il quale da qualche tempo era incorso una discussione, si era presentato da lei con in mano un foglio nel quale erano stampati alcuni precedenti della donna. Si trattava di un’“informativa telematica”, un’interrogazione che le forze dell’ordine possono fare alla banca dati del ministero dell’Interno per verificare i precedenti penali di ciascuno. M.C. gliel’avrebbe consegnata e lei, supponendo che alla base vi fosse un abuso, si era recata in caserma con quel foglio, dal quale era stata strappata la parte in cui viene stampato il codice identificativo di chi ha fatto l’interrogazione al computer. Dalle successive verifiche era emerso che quell’interrogazione sarebbe stata compiuta da P.N., dalla centrale di Vicenza; ma il poliziotto, stimato da colleghi e superiori, quel giorno in effetti in centrale operativa, aveva spiegato che quell’interrogazione gli era stata chiesta da un collega. Prassi vuole infatti che l’agente in pattuglia, o in servizio nei distaccamenti, passi attraverso la centrale di Vicenza per le interrogazioni, necessarie quanto si procede a qualche controllo.
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